Il 3 gennaio 2026 Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono stati catturati da forze statunitensi nell'ambito dell'operazione «Resolución Absoluta» e trasferiti a New York, dove devono rispondere di accuse di narcoterrorismo. Due giorni dopo, il 5 gennaio, Delcy Rodríguez — già vicepresidente del governo chavista — ha assunto le funzioni di presidente incaricata.
Otto mesi più tardi, alla fine di agosto, quella successione ha prodotto il documento che ne definisce il significato: un accordo petrolifero fra Caracas e Washington che Donald Trump, annunciandolo su Truth Social, ha definito «il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo».
I numeri, per una volta, giustificano in parte l'enfasi. L'intesa riguarda 17 giacimenti attualmente operativi e circa 65 miliardi di barili, oltre il 20% delle riserve provate venezuelane — le più grandi del pianeta. L'obiettivo dichiarato è portare la produzione a 1,5 milioni di barili al giorno; oggi il Venezuela ne estrae circa 1,2 milioni, dopo anni in cui le sanzioni e il collasso di Pdvsa l'avevano ridotta a una frazione dei livelli storici. La durata ufficiale è di venticinque anni. Le royalties per lo Stato venezuelano partono da un minimo del 16%, l'imposta sul reddito è fissata al 34%.
Sulle cifre economiche complessive le fonti divergono. Euronews indica in 209 miliardi di dollari i ricavi attesi per il Venezuela lungo l'arco dell'accordo; il Fatto Quotidiano parla di un investimento complessivo di 309 miliardi e calcola che, sommando partecipazioni azionarie e diritti di acquisto preferenziale, Washington finirebbe per controllare circa il 55% della produzione effettiva. Sono stime costruite su documenti non integralmente pubblici, e vanno prese per quello che sono.
IL DETTAGLIO CHE CAMBIA LA NATURA DELL'OPERAZIONE
Il passaggio più delicato non riguarda i barili ma l'assetto societario. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, il Pentagono detiene il 35% della North American Blue Energy Partners, la società costituita per gestire i giacimenti, con diritti preferenziali sul 20% della produzione. E la struttura contrattuale, sempre secondo il quotidiano finanziario, garantirebbe diritti per cento anni, non venticinque.
Se confermato, sarebbe un fatto senza precedenti recenti: non un contratto fra compagnie private e uno Stato ospitante, ma una partecipazione diretta del dipartimento della Difesa statunitense nella proprietà di riserve energetiche straniere. Né il Pentagono né la Casa Bianca hanno commentato pubblicamente questa parte della ricostruzione.
Attorno all'accordo si sono mossi in fretta gli operatori. L'Office of Foreign Assets Control ha rilasciato otto nuove licenze generali che riaprono idrocarburi, attività mineraria e telecomunicazioni, e le transazioni con Pdvsa sono ripartite. Chevron, Halliburton e Hunt Oil sono pronte a investimenti miliardari; il segretario all'Energia Chris Wright prepara una visita a Caracas. Il Venezuela, secondo indiscrezioni, sta valutando l'uscita dall'Opec per non avere vincoli di quota.
PERCHÉ ADESSO
Il tempismo non è casuale. La riserva strategica statunitense è scesa al 41% della capacità, prosciugata dalla guerra con l'Iran e dalle tensioni sullo Stretto di Hormuz che dal febbraio 2026 tengono sotto pressione i flussi dal Golfo. Il greggio venezuelano è pesante e costoso da raffinare, ma è vicino, raggiungibile senza attraversare chokepoint contesi e compatibile con le raffinerie della costa del Golfo del Messico. Trump ha promesso agli americani una riduzione «sostanziale» dei prezzi della benzina nel lungo periodo.
Sul versante venezuelano la logica è di sopravvivenza. Il paese esce da un decennio di collasso economico e, il 24 giugno 2026, da un terremoto che ha provocato oltre seimila vittime e danni che richiedono una ricostruzione che nessun bilancio pubblico locale è in grado di finanziare. Nello stesso quadro si colloca la trattativa sulle 31 tonnellate di oro venezuelano custodite dalla Bank of England — circa quattro miliardi di dollari, congelate dal 2019, quando Londra riconobbe Juan Guaidó — di cui governo e parte dell'opposizione chiedono ora lo sblocco.
Secondo quanto la stessa Rodríguez ha raccontato in un'intervista a Time, l'emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani ha svolto il ruolo di garante nel negoziato, avviato secondo il quotidiano spagnolo Abc già nell'aprile 2025.
LE VOCI CONTRARIE
L'accordo non è passato senza attriti, anche dentro il chavismo. L'ex ministro del Petrolio Manuel Quevedo l'ha liquidato con una battuta amara: «Ci avete trasformato nel Dubai dei Caraibi». Iván Freites, del sindacato Fetraenergia, denuncia che le compagnie transnazionali incasseranno profitti mentre i lavoratori del settore restano con salari di poco superiori ai cinque dollari al giorno, contro un paniere di beni essenziali stimato attorno ai 700 dollari mensili. Il governo rivendica una crescita economica del 7,14%, che però non si è tradotta in un miglioramento percepibile per la popolazione: inflazione, carovita e carenza di servizi primari restano i tratti dominanti.
La critica politica più netta arriva da María Corina Machado, premio Nobel per la pace 2025, esclusa dal tavolo negoziale: secondo la leader dell'opposizione, Rodríguez «riceve ordini da Washington». È una posizione che segnala il paradosso della fase attuale: l'opposizione storica al chavismo si trova a contestare un governo di transizione sostenuto dagli stessi Stati Uniti che per anni ne avevano appoggiato la causa. Nessuna data è stata fissata per nuove elezioni. Trump, dal canto suo, ha definito Rodríguez «straordinaria».
UN PRECEDENTE DA OSSERVARE
Al netto delle cifre, quello che si è consumato in Venezuela negli ultimi otto mesi è un caso di scuola per chi studia il rapporto fra intervento esterno e risorse naturali. Un cambio di regime ottenuto con un'operazione militare, una successione interna al vecchio apparato, la riapertura immediata del settore energetico agli investitori del paese intervenuto. Che questo modello produca stabilità o un nuovo ciclo di conflitto dipenderà da variabili che oggi non sono misurabili: la tenuta del governo di transizione, la reale distribuzione dei proventi, e se e quando i venezuelani torneranno a votare.
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