La frase è stata pronunciata a Parigi il 27 agosto, davanti alla platea degli imprenditori francesi riuniti per la Rencontre des Entrepreneurs de France, ed è di quelle che a Bruxelles non passano inosservate. L'Unione europea, ha detto Ursula von der Leyen, deve «raggiungere entro la fine dell'anno un accordo sulle misure per l'Unione del risparmio e degli investimenti, idealmente con tutti i 27 Stati membri. Oppure, se necessario, con quelli che sono pronti».
L'ultima parte è quella che conta. Nel linguaggio dei trattati, procedere «con quelli che sono pronti» rimanda alla cooperazione rafforzata, lo strumento che consente a un gruppo di Stati di andare avanti su un dossier senza attendere l'unanimità. La Commissione non ha formalizzato questa lettura, e la presidente non ha citato l'istituto per nome, ma il messaggio politico è arrivato: dopo diciotto mesi di negoziato, Bruxelles comincia a considerare l'ipotesi di un'integrazione finanziaria a due velocità.
CHE COS'È LA SAVINGS AND INVESTMENTS UNION
L'Unione del risparmio e degli investimenti — Savings and Investments Union, nell'acronimo comunitario SIU — è la strategia presentata dalla Commissione nel marzo 2025 per rimettere in circolo il denaro degli europei. Il punto di partenza è un dato che a Bruxelles viene ripetuto come un mantra: circa 10.000 miliardi di euro di risparmi delle famiglie europee restano parcheggiati su depositi bancari a basso rendimento, invece di finanziare imprese, infrastrutture e innovazione. Negli Stati Uniti la stessa liquidità si trasferisce in misura molto maggiore verso i mercati dei capitali, ed è una delle ragioni per cui le imprese americane crescono con costi di finanziamento più bassi.
Il progetto si articola su quattro filoni: l'accesso dei cittadini ai prodotti d'investimento, il finanziamento delle imprese e in particolare delle piccole e medie, l'integrazione dei mercati oltre le frontiere nazionali e l'efficienza della vigilanza. Sull'ultimo punto la Commissione ha proposto di rafforzare i poteri dell'Esma, l'autorità europea degli strumenti finanziari, che oggi convive con ventisette autorità nazionali che applicano le stesse regole in modi non sempre coincidenti.
Le stime che accompagnano il pacchetto parlano di un potenziale fino a 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Le misure su cui poggia questa cifra sono in gran parte tecniche: la revisione del quadro sulle cartolarizzazioni, pensata per liberare capitale bancario da reindirizzare verso il credito alle piccole imprese; le regole sugli investimenti di banche e assicurazioni; l'abbattimento delle barriere che ancora rendono costoso per un fondo operare simultaneamente in più mercati nazionali. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che gli ostacoli interni ai servizi nell'Unione equivalgono a una barriera tariffaria superiore al 100%: un dazio invisibile che gli europei applicano a sé stessi.
IL PERCORSO, E DOVE SI È ARRETRATO
Qualcosa si è mosso. Nel dicembre 2025 la Commissione ha varato il pacchetto su integrazione dei mercati e vigilanza, e il Consiglio ha trovato una posizione negoziale sul rilancio delle cartolarizzazioni. Il 30 marzo 2026 sono state approvate regole comuni in materia di insolvenza, tassello meno appariscente ma decisivo, perché un investitore transfrontaliero deve poter prevedere che cosa accade ai suoi soldi se l'impresa finanziata fallisce. Il 24 giugno il Consiglio ha definito la propria posizione sulla revisione del Pepp, il prodotto pensionistico individuale paneuropeo, e due giorni dopo ha chiuso l'aggiornamento del quadro sui fondi pensione aziendali.
Sulla carta è un'agenda che avanza. Nella pratica, i dossier che contano davvero — vigilanza accentrata e integrazione piena dei mercati — sono quelli che incontrano più resistenze, perché toccano interessi nazionali consolidati: le piazze finanziarie minori temono di essere svuotate, le autorità di vigilanza nazionali non intendono cedere competenze, alcuni governi difendono modelli bancari domestici. È lo stesso muro contro cui si era fermata l'Unione dei mercati dei capitali lanciata dalla Commissione Juncker nel 2015, di cui la SIU è, nei fatti, la seconda edizione.
IL NODO DEI RISPARMIATORI
C'è poi un ostacolo che nessuna direttiva risolve. Secondo l'Eurobarometro del 2023, solo il 18% dei cittadini dell'Unione possiede un livello elevato di alfabetizzazione finanziaria. Spostare i risparmi dai depositi ai mercati significa chiedere a milioni di famiglie di assumersi un rischio che oggi non sono attrezzate a valutare, e il ricordo delle crisi bancarie — in Italia quello dei bond subordinati venduti alla clientela retail — pesa più di qualsiasi campagna informativa.
Su questo punto le critiche arrivano da entrambi i lati. Le organizzazioni dei consumatori chiedono garanzie più solide prima di incentivare lo spostamento del risparmio; le associazioni bancarie e assicurative sostengono che senza semplificazioni fiscali e regolamentari l'obiettivo resterà teorico. La Commissione risponde che i due binari — tutela e mobilitazione del capitale — possono procedere insieme.
CHE COSA SUCCEDE ADESSO
La scadenza indicata da von der Leyen è la fine del 2026. Da qui a dicembre si tratterà nei triloghi fra Consiglio, Parlamento e Commissione, e sarà lì che si misurerà se l'ipotesi di procedere a geometria variabile è una leva negoziale o un'intenzione reale. L'esperienza comunitaria suggerisce cautela: la minaccia di andare avanti senza qualcuno è stata usata più volte, e quasi sempre ha prodotto un compromesso al ribasso piuttosto che una scissione.
Resta il fatto che l'urgenza, questa volta, ha una ragione difficile da smontare. Con la spesa per la difesa in crescita, la transizione energetica da finanziare e un divario di produttività che continua ad allargarsi rispetto agli Stati Uniti, l'Europa ha bisogno di capitali privati in misura che nessun bilancio pubblico è in grado di sostituire. Il rapporto Draghi del 2024 quantificava il fabbisogno annuo di investimenti aggiuntivi in centinaia di miliardi. Diecimila miliardi fermi sui conti correnti, in quel contesto, sono meno una riserva che un problema.
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