La Casa Bianca ha pubblicato il 2 settembre una grafica ufficiale con una mappa dello Stretto di Hormuz in cui il braccio di mare fra Iran e Oman non porta più il suo nome, ma quello del presidente: Trump Strait. Sopra la mappa, una citazione attribuita a Donald Trump: "Ora che lo abbiamo sotto controllo statunitense, dovremmo cambiare il nome da Stretto di Hormuz a TRUMP STRAIT???". La proposta è stata ripresa da Washington Times, CNBC e The Hill.
Non è un atto amministrativo. A differenza della ridenominazione del Lago Ontario in "Lake America", firmata con ordine esecutivo il 27 agosto nel pieno della disputa commerciale con il Canada, qui siamo davanti a una proposta lanciata sui social e rilanciata dall'account istituzionale con una grafica curata.
Ma è proprio la distanza fra il gesto simbolico e la situazione reale a rendere la vicenda interessante.
CHE COSA SIGNIFICA "CONTROLLO" IN UN CORRIDOIO LARGO 21 MIGLIA
Lo Stretto di Hormuz è largo, nel punto più angusto, circa 21 miglia nautiche. Le acque territoriali si estendono per 12 miglia dalla costa: quelle iraniane e quelle omanite si sovrappongono, e non esiste un solo metro di stretto che sia acqua internazionale in senso stretto. Ciò che garantisce il transito non è la proprietà, ma il diritto di passaggio in transito previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Né gli Stati Uniti né l'Iran hanno ratificato quella convenzione, ma le sue regole sono considerate diritto consuetudinario internazionale, quindi vincolanti anche per chi non l'ha firmata.
Su questo il quadro giuridico è netto. Interpellati da Al Jazeera, l'ex funzionario dell'amministrazione Reagan Bruce Fein ha osservato che un'annessione richiederebbe costituzionalmente un trattato ratificato dal Senato o una legge del Congresso, e che un'acquisizione unilaterale configurerebbe un crimine secondo il diritto internazionale. La studiosa di diritto internazionale Natalie Klein ha aggiunto che una rivendicazione statunitense avrebbe una qualche plausibilità soltanto se Washington controllasse militarmente l'Iran, ipotesi che nessuno considera realistica.
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha sintetizzato la posizione di Teheran con una frase che è diventata la replica ufficiale: lo Stretto di Hormuz non può essere sequestrato con un tweet.
I NUMERI CHE LA MAPPA NON MOSTRA
Il dato che pesa più di ogni ridenominazione riguarda il traffico. Prima della guerra, iniziata il 28 febbraio 2026, transitavano dallo stretto circa cento navi al giorno. Fra il 15 luglio e il 23 agosto la media è scesa a cinque: un calo del 95 per cento, secondo i dati raccolti da Al Jazeera.
Le esportazioni di greggio dell'area sono passate da circa 17 milioni di barili al giorno nel 2025 a circa 9 milioni nell'agosto 2026, e la produzione mensile del Golfo si è dimezzata fra febbraio e luglio. Il prezzo del petrolio resta circa il 20 per cento sopra i livelli prebellici, dopo un picco superiore ai 130 dollari al barile in aprile.
I porti raccontano la stessa storia con più precisione della diplomazia: gli scali kuwaitiani hanno perso l'86 per cento degli attracchi giornalieri, quelli emiratini il 69, Qatar, Iraq e Bahrein fra il 66 e il 68 per cento. L'Arabia Saudita, che dispone di oleodotti verso il Mar Rosso, si è fermata al 15.
È la differenza fra chi ha una via di uscita alternativa e chi non ce l'ha.
Sul volume effettivo che oggi esce dallo stretto le versioni divergono. Il segretario all'Energia Chris Wright ha dichiarato che la media a sette giorni sfiora i 9 milioni di barili quotidiani, avvicinandosi ai livelli prebellici se si contano anche le consegne via terra. L'analista Brett Erickson ha replicato che non esiste alcuna evidenza di 9 milioni di barili in transito dallo stretto. Le due cifre non sono necessariamente in contraddizione, perché misurano cose diverse, ma è un dato conteso e va trattato come tale.
UNA SEQUENZA CHE VIENE DA LONTANO
La ridenominazione non nasce isolata. A luglio Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti sarebbero diventati "guardiani" dello stretto, riscuotendo una tariffa del 20 per cento su tutti i carichi per coprire i costi della sicurezza. L'Organizzazione marittima internazionale aveva respinto l'ipotesi, ricordando l'assenza di qualsiasi base giuridica per imporre pedaggi su stretti usati per la navigazione internazionale. Un mese prima, il segretario di Stato Marco Rubio aveva dichiarato l'esatto contrario di quanto proposto dal presidente: nessun paese può imporre pedaggi su una via d'acqua internazionale.
Ad agosto Trump ha parlato di "controllo totale" e di un "muro d'acciaio", arrivando ad annunciare che avrebbe dichiarato lo stretto territorio statunitense. L'Iran ha respinto ogni volta le affermazioni, sostenendo di mantenere il controllo delle proprie acque e condizionando la piena ripresa del traffico alla rimozione del blocco navale, delle sanzioni e allo sblocco degli asset congelati.
La ridenominazione, in questa sequenza, è l'ultimo gradino: quando il controllo materiale resta parziale e contestato, il nome sulla mappa diventa lo strumento più economico per affermarlo.
Per l'Italia e per l'Europa la questione non è il nome, ma il collo di bottiglia. Dallo stretto passa una quota rilevante del greggio, del gas liquefatto e del gpl mondiali, e ogni mese di traffico ridotto si traduce in costi di trasporto e assicurazione più alti, in premi di rischio incorporati nei prezzi dell'energia e in una bolletta che arriva con mesi di ritardo rispetto ai fatti militari.
C'è però un effetto meno visibile e più duraturo. Se un pedaggio unilaterale o una rivendicazione di sovranità su uno stretto internazionale dovessero consolidarsi come precedente, la regola che oggi garantisce il passaggio in transito varrebbe meno anche altrove: a Malacca, a Bab el-Mandeb, nel Mar Cinese Meridionale. Per un paese come l'Italia, che vive di rotte marittime che non controlla e che dipende dal principio secondo cui nessuno può chiudere o tassare un passaggio internazionale, la posta in gioco in questa disputa sui nomi è più concreta di quanto la grafica lasci intendere.
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