Il 31 agosto segna poco più di sei mesi dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, scoppiata il 28 febbraio 2026 con l'operazione lanciata da Washington e Israele — ribattezzata "Epic Fury" dagli americani e "Roaring Lion" dagli israeliani — che nelle sue prime ore costò la vita alla Guida suprema iraniana Ali Khamenei, colpito insieme ad altri obiettivi militari e governativi iraniani. A distanza di sei mesi, il conflitto non si è mai davvero concluso.
Le ultime quarantotto ore lo dimostrano con un nuovo, diretto scambio di attacchi tra le parti. Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile il conflitto aveva conosciuto una prima, breve pausa: un cessate il fuoco di due settimane entrato in vigore l'8 aprile, seguito però pochi giorni dopo dall'avvio di un blocco navale statunitense nei confronti dell'Iran. Da allora la regione vive quello che diversi analisti hanno definito un "doppio blocco", con la marina Usa che limita i movimenti verso le coste iraniane e Teheran che a più riprese ha ristretto o minacciato di chiudere il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz.
Secondo quanto comunicato dal Comando centrale statunitense (Centcom), le forze Usa hanno colpito due lanciatori di razzi dei Guardiani della rivoluzione (Irgc) sull'isola iraniana di Larak, proprio nello stretto. L'obiettivo dichiarato da Washington era neutralizzare sistemi che, secondo l'intelligence americana, si stavano preparando a posare mine navali in una delle rotte petrolifere più strategiche al mondo — una "minaccia imminente" alla libertà di navigazione. È il primo attacco statunitense diretto contro il territorio iraniano dopo circa un mese di relativa calma sul fronte militare.
LA RISPOSTA DI TEHERAN E I NEGOZIATI FALLITI
La risposta iraniana non si è fatta attendere. L'Iran ha rivendicato attacchi contro una base americana in Giordania e contro la base aerea di Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, diffondendo immagini di lanci missilistici contro "obiettivi Usa nel Golfo". Su questo episodio restano diversi punti che è corretto segnalare come tali: non sono ancora disponibili conferme indipendenti sull'entità dei danni, non è stato comunicato alcun bilancio ufficiale di vittime, e mancano dichiarazioni dettagliate sia da parte statunitense sia da parte emiratina.
Il nuovo episodio arriva al termine di settimane di trattative diplomatiche naufragate. Nel corso di agosto, mediatori pachistani e omaniti si erano alternati a Teheran nel tentativo di sbloccare la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il 24 agosto il capo di stato maggiore dell'esercito pachistano, Asim Munir, era arrivato nella capitale iraniana per colloqui presentati come volti a "promuovere pace e sicurezza nella regione", mentre il ministro degli Esteri dell'Oman avrebbe dovuto discutere una gestione congiunta irano-omanita dello stretto.
I negoziati si sono arenati. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, ha accusato gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni presi nel memorandum di Islamabad, siglato a giugno, sostenendo che Washington abbia "impedito la stabilità regionale e creato ulteriore sfiducia". Sul fronte opposto, Trump ha rivendicato il controllo americano sullo stretto e ha lanciato la cosiddetta "Operazione Economic Outcast", un pacchetto di sanzioni secondarie contro cinque settori economici iraniani. Teheran ha respinto le accuse: i Guardiani della rivoluzione sostengono non sia presente "nemmeno una" nave da guerra statunitense nei pressi di Hormuz, una versione che Washington contesta apertamente.
LA CRISI DI SUCCESSIONE A TEHERAN
A complicare ulteriormente il quadro c'è la crisi di successione apertasi dopo la morte di Khamenei. Secondo diverse ricostruzioni circolate nei mesi scorsi — da trattare con la cautela dovuta a una vicenda ancora fluida e non del tutto verificabile dall'esterno — tra i nomi emersi per il ruolo di nuova Guida suprema figurano il figlio del leader ucciso, Mojtaba Khamenei, sulle cui condizioni di salute sono circolate indiscrezioni non confermate, e l'ex parlamentare Ali Larijani, indicato da alcuni osservatori come possibile figura di transizione.
È proprio a questa partita interna, più che al solo fronte militare, che diverse analisi internazionali attribuiscono un peso crescente nel determinare tempi e modalità di un'eventuale fine del conflitto. La domanda che si pongono osservatori e analisti è se la leadership che emergerà da Teheran sarà più incline al negoziato o alla linea dura.
Sei mesi dopo l'inizio delle ostilità, la guerra tra Stati Uniti e Iran non si è dunque conclusa né con una vittoria netta né con un accordo stabile, ma si è trasformata in un conflitto a intermittenza fatto di cessate il fuoco parziali, blocchi navali reciproci e trattative che si aprono e si richiudono nel giro di poche settimane. L'attacco di Larak e la rappresaglia iraniana su Giordania ed Emirati sono l'ultima tappa di questo schema, ma difficilmente saranno l'ultima in assoluto. Nelle prossime ore andrà verificato se le due parti sceglieranno di fermarsi qui o se l'escalation troverà nuovi capitoli, e se la crisi di leadership in corso a Teheran finirà per accelerare o rallentare quella scelta.
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