Il rumore degli spari a Niamey è cominciato poco dopo la mezzanotte fra venerdì 28 e sabato 29 agosto, ed è arrivato da dentro. Non un attacco jihadista, non un assalto dall'esterno: a sollevarsi contro il generale Abdourahamane Tiani sono stati i suoi stessi soldati, di stanza alla Base aerea 101, la struttura militare che condivide il perimetro con l'aeroporto internazionale Diori Hamani.
Nel giro di poche ore gli ammutinati hanno esteso l'azione ad alcuni obiettivi simbolici della capitale: il palazzo presidenziale e la sede dell'emittente di Stato Ortn, che è rimasta temporaneamente fuori onda. Il ministro della Difesa, generale Salifou Mody, ha poi riferito che i militari ribelli avevano preso in ostaggio alcuni loro commilitoni e aperto il fuoco su «alcuni siti sensibili».
Il Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria, l'organo con cui la giunta governa dal 2023, ha diffuso un appello a «restare uniti, vigili e solidali». Entro la giornata di sabato il governo ha annunciato di avere ripreso il controllo della base. I bilanci parlano di decine fra morti e arrestati, ma sono cifre fornite da una sola parte e nessuna fonte indipendente è oggi in grado di confermarle.
CHI ERANO GLI AMMUTINATI, E PERCHÉ
Le ricostruzioni concordano su un punto: non si è trattato di un colpo di Stato organizzato ai vertici, ma di una rivolta partita dalla truppa. I soldati coinvolti provengono in maggioranza dalle regioni sud-occidentali del paese — Ouallam, Téra, Dosso — e appartengono a reparti impiegati sulle linee più esposte della guerra contro i gruppi jihadisti.
È lì che si trova la spiegazione più concreta. Le unità nigerine combattono da anni contro le formazioni legate ad al-Qaeda e allo Stato islamico subendo perdite continue, con rotazioni prolungate e catene di rifornimento che funzionano male. Solo nelle settimane precedenti l'ammutinamento, un'imboscata rivendicata dall'affiliato locale dello Stato islamico aveva ucciso diciotto militari.
La giunta di Tiani era arrivata al potere nel luglio 2023 con la promessa esplicita di fare meglio dei civili proprio su questo terreno. Tre anni dopo, la promessa non è stata mantenuta, e il malcontento ha smesso di restare confinato alle caserme di frontiera.
MOSCA E ALGERI BLINDANO LA GIUNTA
Il dato politicamente più rilevante di questa vicenda non è però l'ammutinamento in sé, ma il modo in cui è stato represso.
Quando le forze governative hanno faticato a riprendere la Base 101, a intervenire è stato l'Africa Corps, la formazione controllata dallo Stato russo che ha assorbito gran parte delle attività africane della Wagner. Il contingente presente in Niger è stimato fra i 200 e i 300 uomini, ed è alloggiato proprio nella base assaltata. Secondo le ricostruzioni, ha fornito mezzi corazzati e supporto aereo tattico. L'ambasciatore russo a Niamey, Viktor Voropaev, ha dichiarato che sono state le autorità nigerine a chiedere l'assistenza della forza «per neutralizzare gli ammutinati».
È un passaggio che cambia la natura della presenza russa nel paese: dall'addestramento e dalla sorveglianza si passa alla protezione armata diretta del gruppo al potere. Non è una sfumatura da poco, perché sposta il rapporto fra Mosca e la giunta da collaborazione tecnica a garanzia di sopravvivenza politica.
Sul versante nordafricano si è mossa l'Algeria, che ha schierato quattro caccia Sukhoi Su-30 insieme ad aerei da trasporto e da rifornimento. Algeri ha motivato la scelta con l'esigenza di evitare una destabilizzazione lungo il proprio confine meridionale e di proteggere gli interessi energetici condivisi, incluse le concessioni gestite da Sonatrach. Il presidente Abdelmadjid Tebboune ha espresso «piena solidarietà e fermo sostegno» alla giunta.
Mali e Burkina Faso, partner del Niger nell'Alleanza degli Stati del Sahel, hanno definito l'azione degli ammutinati un «tradimento». La Turchia ha invitato alla moderazione, augurandosi il ritorno alla calma.
NELLA STESSA BASE CI SONO I MILITARI ITALIANI
C'è un aspetto che riguarda l'Italia da vicino, e che nella copertura internazionale è passato in secondo piano. Alla Base 101 di Niamey ha sede anche il contingente italiano della Missione bilaterale di supporto nel Niger, la Misin, attiva dal 2018: circa trecentocinquanta militari secondo i dati del ministero della Difesa, impiegati in attività di addestramento delle forze armate nigerine, supporto logistico, sanità e contrasto alle reti di traffico di migranti verso l'Europa.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che durante gli scontri non ci sono stati morti né feriti fra i militari italiani, che hanno proseguito le attività in sicurezza.
La presenza italiana in Niger è una delle poche occidentali sopravvissute alla rottura del 2023, quando la giunta ottenne il ritiro dei contingenti francese e statunitense. Roma scelse allora di restare, con un profilo più basso e un mandato prevalentemente addestrativo. Il risultato è la situazione paradossale fotografata da questa notte di scontri: militari italiani e contractor russi che condividono lo stesso perimetro.
COSA RESTA, DOPO
L'ammutinamento è stato represso, ma la questione che apre non si chiude con il ripristino del controllo su una base.
Il Sahel governato dalle giunte militari — Mali, Burkina Faso, Niger — sta mostrando gli stessi sintomi negli stessi mesi. In Mali la capitale dipende da convogli scortati per il carburante e il nord è in gran parte perduto; in Niger l'esercito che ha preso il potere promettendo sicurezza si trova a fronteggiare contemporaneamente l'insurrezione jihadista all'esterno e la rivolta dei propri soldati all'interno. In entrambi i casi, la tenuta del governo poggia in misura crescente su forze straniere.
Per l'Europa la questione non è teorica. Il Niger è un nodo delle rotte migratorie verso il Mediterraneo, un fornitore storico di uranio e il paese in cui l'Italia ha investito la propria residua presenza militare nella regione. Ogni scossone a Niamey si misura, prima o poi, anche sulle coste italiane.
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