Una capitale africana di oltre due milioni e mezzo di abitanti che sopravvive a convogli scortati. È l'immagine più efficace di quello che sta accadendo in Mali, dove il Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani — Jnim, la principale affiliata di al-Qaeda nel Sahel — ha smesso di combattere per conquistare territorio e ha cominciato a combattere per interrompere i rifornimenti. Non è una tattica nuova nella storia militare. È nuovo il fatto che funzioni contro uno Stato sostenuto da un contingente russo.
La strategia, che gli analisti dell'Institute for Security Studies hanno definito «dell'asfissia», parte nel settembre 2025 con gli attacchi sistematici alle autocisterne dirette a Bamako. Il 14 settembre di quell'anno un'imboscata distrugge 51 camion. Nelle settimane successive le stazioni di servizio della capitale chiudono una dopo l'altra, il trasporto pubblico si riduce del 70%, le autorità sospendono le lezioni in scuole e università.
Nell'autunno 2025 l'ambasciata italiana registra «una grave penuria di carburante in tutto il Paese, con impatti significativi sull'erogazione di elettricità» e la Farnesina invita i connazionali a lasciare il Mali quanto prima; analogo l'avviso statunitense. Da novembre 2025 la giunta organizza convogli scortati dall'esercito che portano a destinazione fra le 200 e le 300 autocisterne a settimana: abbastanza per non far spegnere la città, non abbastanza per farla funzionare.
IL 25 APRILE, IL GIORNO CHE HA CAMBIATO LA GUERRA
La svolta arriva la primavera successiva. Il 25 aprile 2026 Jnim e il Fronte di liberazione dell'Azawad, la coalizione separatista tuareg del nord, lanciano attacchi coordinati su Kati, Bamako, Gao, Sévaré, Kidal e Mopti. A Kati, sede della più importante guarnigione del paese e cuore del potere militare maliano, un'autobomba colpisce la residenza del ministro della Difesa Sadio Camara, uccidendolo insieme alla seconda moglie e a due nipoti; fonti ospedaliere parlano di 23 morti complessivi. È la decapitazione del vertice militare di una giunta nata proprio a Kati con il colpo di Stato del 2020.
Nei due giorni successivi il Fronte di liberazione dell'Azawad prende il controllo di Kidal dopo scontri di strada; l'Africa Corps russo negozia il ritiro delle proprie posizioni da Kidal, Aguelhok e Tessalit. I separatisti rivendicano decine di soldati maliani uccisi e oltre duecento catturati. Dal 30 aprile Jnim impone il blocco sulle vie di accesso occidentali alla capitale, istituendo posti di controllo, e rivendica il controllo di Mopti e una situazione contesa a Sévaré e Gao.
I bilanci delle perdite vanno maneggiati con prudenza, perché provengono da parti in conflitto e non sono verificabili in modo indipendente: l'Africa Corps ha rivendicato oltre 2.500 miliziani uccisi, la Russia ne ha annunciati più di 305 abbattuti nei soli raid aerei. Sul terreno vengono impiegati droni Shahed di progettazione iraniana assemblati in Russia.
L'ultimo episodio significativo risale al 9 agosto 2026, con l'attacco al campo militare di San, nella regione di Ségou, circa quattrocento chilometri a est di Bamako: la propaganda militare maliana ha parlato di almeno quaranta assalitori uccisi. Lo stesso giorno il governo ha annunciato la normalizzazione dei rapporti con l'Algeria, dopo mesi di gelo diplomatico. Gao, oggi, viene descritta come l'ultima vera linea di difesa maliana nel nord.
IL CONTO LO PAGANO I VICINI
L'effetto meno visibile dell'assedio è quello economico, e non si ferma ai confini del Mali. Il paese è senza sbocco al mare: tutto ciò che importa passa dai porti dei vicini, e i corridoi che collegano Dakar, Abidjan, Conakry e Nouakchott a Bamako sono diventati bersagli.
I numeri raccolti dall'Institute for Security Studies raccontano l'entità del danno. Il commercio Senegal-Mali valeva 802,8 miliardi di franchi Cfa nel 2024 — circa 1,42 miliardi di dollari — ed è sceso a 662 miliardi nei primi nove mesi del 2025. Fra settembre e novembre 2025 al porto di Dakar restavano bloccati in media 120 container al giorno, oltre duemila a fine novembre; nel febbraio 2026 quattromila container vuoti erano fermi a Bamako, impossibili da restituire. Le perdite mensili stimate per il solo Senegal si aggirano sui 15 miliardi di franchi Cfa, poco più di 26 milioni di dollari.
Il corridoio Abidjan-Bamako, che nel 2025 aveva movimentato 1,47 milioni di tonnellate fra prodotti petroliferi e alimentari, è ormai intermittente. Anche la rotta da Conakry, considerata a lungo la più sicura, è finita sotto attacco. Sul corridoio fra Ghana e Burkina Faso, a febbraio, sette commercianti ghanesi sono stati uccisi.
Le conseguenze si vedono sulle rotte interne: Kita-Bamako con interruzioni negli approvvigionamenti di cibo e acqua, Kayes-Bamako con gli scambi fermi. La giunta ha risposto razionando il carburante, semplificando le procedure doganali e tentando di diversificare i porti di sbocco. Sono misure di contenimento.
CHE COSA DICE QUESTA CRISI
Il Mali è governato dal 2020 da una giunta militare guidata da Assimi Goïta, arrivata al potere con la promessa di fare meglio dei governi civili contro il jihadismo. Nel 2022 ha ottenuto il ritiro della forza francese Barkhane, nel 2023 quello della missione Onu Minusma, sostituendoli con i contractor russi prima della Wagner e poi dell'Africa Corps. Sei anni dopo, il perimetro effettivamente controllato si è ristretto, il nord è in gran parte perduto e la capitale dipende da convogli scortati.
Il quadro riguarda l'Europa più da vicino di quanto la distanza suggerisca. Un Sahel in cui i corridoi commerciali si interrompono e gli Stati arretrano produce spostamenti di popolazione, economie di contrabbando e spazi di reclutamento che si riversano prima sui vicini costieri e poi sulle rotte mediterranee. Per l'Italia, che ha nel Sahel interessi diplomatici, di cooperazione e di sicurezza, la guerra del carburante di Bamako è meno remota di quanto sembri.
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