C'è una scadenza, martedì 1° settembre alle dodici, che dirà molto di come finirà la riforma elettorale. È il termine per depositare gli emendamenti in commissione Affari costituzionali del Senato, e attorno a quel termine si sta consumando una trattativa che riguarda meno i principi e più i dettagli: quanti seggi, quale soglia, se e come l'elettore potrà scegliere il proprio parlamentare.
Il voto finale a Palazzo Madama è fissato per il 15 settembre. Se il testo dovesse cambiare anche di una virgola, tornerebbe alla Camera, e il calendario si allungherebbe di nuovo.
Il punto di partenza è la riforma approvata a Montecitorio il 16 luglio con voto segreto: favorevole il centrodestra, contrari il centrosinistra e Futuro Nazionale. È un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità, che scatta per la lista o la coalizione più votata a condizione che superi il 42% dei consensi in entrambe le Camere. Il tetto dei seggi assegnabili al vincitore è stato limato a 220 alla Camera e 113 al Senato: una correzione pensata per attenuare le obiezioni di chi teme un premio troppo generoso, materia sulla quale la Corte costituzionale è già intervenuta in passato.
Nella versione uscita dalla Camera restano fuori due elementi che ora tornano a bussare. Il primo sono le preferenze: l'emendamento che le introduceva è stato respinto per un solo voto, 187 contro 188, e i listini bloccati sono rimasti in piedi quasi per incidente. Il secondo è il ballottaggio fra le due coalizioni più votate, stralciato in extremis dal testo finale. Passa invece all'unanimità, unico punto su cui non c'è stata battaglia, la norma sul voto fuorisede, che consente a chi vive in una provincia diversa da quella di residenza per studio, lavoro o cure di votare nel comune in cui si trova.
COSA LA MAGGIORANZA STA VALUTANDO DI RISCRIVERE
Al Senato il centrodestra sta lavorando su tre fronti. Sulle preferenze l'ipotesi che circola è un modello ibrido: un capolista bloccato, poi un elenco di sei candidati fra i quali l'elettore potrebbe esprimere fino a tre scelte. Il ministro Luca Ciriani l'ha presentata come una risposta alla richiesta di poter «scegliere direttamente una parte dei parlamentari», argomento che accompagna il dibattito italiano da quando il Porcellum introdusse le liste bloccate nel 2005.
Il secondo fronte riguarda la soglia del 3% e il modo in cui i voti delle liste che non la raggiungono entrano — o non entrano — nel calcolo della cifra elettorale nazionale. È una tecnicalità solo in apparenza: escludere quei voti dal computo significa alzare, di fatto, l'asticella reale per chi punta al premio, perché la percentuale del vincitore verrebbe calcolata su una base più piccola. Il terzo fronte è il ritorno del ballottaggio, rilanciato dal senatore Marcello Pera come rete di sicurezza nel caso in cui nessuna coalizione arrivi alla soglia prevista per il premio.
Le posizioni dentro la maggioranza non sono allineate. La Lega guarda al doppio turno con diffidenza, Fratelli d'Italia e Forza Italia si mostrano più disponibili. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, pur favorevole nel merito, ha messo in guardia sulle «difficoltà di cambiare tutto a questo punto della corsa»: un modo per ricordare che ogni modifica costa un passaggio parlamentare in più.
L'OPPOSIZIONE: «MODO DI PROCEDERE VERGOGNOSO»
Sull'altro versante il tono è nettamente più duro. Il dem Dario Parrini e Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra hanno bollato come «vergognoso il loro modo di procedere», sostenendo che le modifiche in arrivo non nascano da una riflessione istituzionale ma dall'andamento dei sondaggi. Riccardo Magi di Più Europa ha chiesto «mobilitazioni di tutte le opposizioni» e sta organizzando iniziative di piazza proprio per il 15 settembre, giorno del voto. Carlo Calenda ha scelto un registro diverso, polemizzando sulla tendenza del dibattito politico a inseguire la provocazione del giorno.
La contestazione di metodo pesa quanto quella di merito. Una legge elettorale, nella prassi costituzionale italiana, è materia sulla quale si è cercato storicamente un consenso più largo della sola maggioranza di governo, anche se negli ultimi vent'anni la regola è stata sistematicamente disattesa: dal Porcellum del 2005 all'Italicum del 2015 fino al Rosatellum del 2017, i sistemi di voto sono stati approvati a colpi di maggioranza, e due di essi sono poi stati in parte censurati dalla Consulta.
COSA C'È DAVVERO IN GIOCO
Il nodo di fondo è il classico dilemma fra rappresentanza e governabilità. Un premio che scatta al 42% con un tetto di seggi produce maggioranze parlamentari solide solo se il sistema politico si struttura in due poli chiari; se la frammentazione aumenta, il rischio è che la soglia non venga raggiunta da nessuno e che il Parlamento resti senza una maggioranza definita. È esattamente lo scenario che il ballottaggio dovrebbe scongiurare — e che, secondo i critici, introdurrebbe però un premio potenzialmente sproporzionato rispetto ai voti realmente ottenuti al primo turno. Il Centro italiano studi elettorali ha dedicato alla riforma approvata alla Camera un'analisi con simulazioni che mette in dubbio la sua effettiva capacità di garantire stabilità.
Sul versante delle preferenze il conto è politico prima che tecnico: restituiscono all'elettore un potere di selezione, ma spostano risorse e campagna elettorale sui singoli candidati, con tutto ciò che questo comporta in termini di costi e di rapporti sul territorio. È una discussione che in Italia si riapre da decenni, ogni volta con gli stessi argomenti contrapposti.
Nelle prossime due settimane si capirà se la maggioranza sceglierà la strada più rapida — approvare il testo così com'è e chiudere la partita — o quella più ambiziosa e più rischiosa, riaprendo il pacchetto e accettando un nuovo passaggio a Montecitorio. La differenza, per una legge che dovrà regolare le prossime elezioni politiche, non è di poco conto.
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