Il dossier più scomodo dell'Unione europea è tornato sul tavolo esattamente dove era stato lasciato: davanti al no del Belgio. Il 27 agosto il Financial Times ha rivelato che quattro governi — Svezia, Paesi Bassi, Spagna e Polonia — hanno inviato una lettera alla Commissione europea chiedendo di «rilanciare gli sforzi per utilizzare gli asset sovrani russi immobilizzati per finanziare l'Ucraina». Nella lettera i quattro chiedono a Bruxelles di indicare «quadri giuridici e tecnici alternativi», formula diplomatica per dire: trovate un modo di aggirare il veto di un solo Stato membro.
Due giorni dopo la risposta è arrivata, e non lascia margini interpretativi. «Questo punto non è negoziabile, la porta è chiusa», ha dichiarato alla televisione fiamminga Vrt il ministro della Difesa belga Theo Francken. Il collega Prévot, che ad agosto aveva lasciato uno spiraglio condizionando l'apertura del Belgio a una reale condivisione europea dei rischi, ha ricordato a sua volta che «i rischi che avevamo individuato all'epoca non sono magicamente scomparsi».
Il tema tornerà nel Consiglio informale di Esteri e Difesa in formato Gymnich, convocato per il 1° e 2 settembre a Wicklow, in Irlanda.
DUECENTO MILIARDI IN UN DEPOSITO DI BRUXELLES
Il nodo è tutto in una questione di geografia finanziaria. Delle riserve della Banca centrale russa immobilizzate dall'Unione dopo l'invasione del febbraio 2022 — oltre 200 miliardi di euro — la gran parte è custodita presso Euroclear, il depositario centrale con sede a Bruxelles. Non si tratta di lingotti in un caveau: sono titoli in scadenza e liquidità che, non potendo essere restituiti né reinvestiti presso l'emittente originario, si accumulano sui conti del depositario e generano interessi.
Su quegli interessi l'Unione ha già agito. Circa 50 miliardi di euro di sostegno all'Ucraina sono stati finanziati con i profitti straordinari generati dagli asset presso Euroclear: una soluzione che non tocca il capitale e che per questo ha superato lo scoglio giuridico. Il passo successivo — usare il capitale stesso come garanzia di un prestito di ampia portata a Kiev, il cosiddetto reparations loan — si è invece arenato.
La contropartita adottata al posto di quella soluzione è il prestito da 90 miliardi di euro garantito dal bilancio comunitario: 30 miliardi per le spese ordinarie dello Stato ucraino e 60 per il sostegno militare, senza interessi, con l'obbligo di restituzione per Kiev soltanto qualora la Russia paghi riparazioni di guerra. Da quella dotazione è stato tratto anche il pacchetto da 6,1 miliardi annunciato dalla Commissione il 24 agosto, che comprende sistemi di difesa aerea e missilistica, missili, munizioni e radar. Una risposta all'intensificarsi degli attacchi aerei russi — solo nel luglio 2026 sono stati lanciati 128 missili balistici — e all'esaurimento degli intercettori ucraini.
PERCHÉ IL BELGIO DICE NO
Le ragioni belghe non sono un capriccio nazionale, e vale la pena esporle per quello che sono. La prima è giuridica: l'immunità delle riserve di una banca centrale è un principio consolidato del diritto internazionale, e la sua violazione — anche verso uno Stato aggressore — costituirebbe un precedente le cui conseguenze sono difficili da circoscrivere.
La seconda è economica: se il capitale russo venisse confiscato o vincolato, Mosca potrebbe agire in giudizio e ottenere risarcimenti che ricadrebbero in primo luogo su Euroclear e, per estensione, sullo Stato belga, che dell'operatore è la giurisdizione di riferimento. La terza è sistemica: le riserve valutarie di paesi terzi sono depositate in Europa anche perché l'Europa è considerata una giurisdizione prevedibile, e un precedente in senso contrario potrebbe spingere altri Stati a spostare altrove i propri fondi.
Chi sostiene la tesi opposta obietta che l'aggressione russa è essa stessa una violazione del diritto internazionale, che il congelamento è già una misura eccezionale e che il costo della ricostruzione ucraina non può gravare interamente sui contribuenti europei. È un argomento politicamente forte, ma finora non ha prodotto uno strumento giuridico che i servizi legali della Commissione considerino a prova di contenzioso.
IL CALCOLO DIETRO LA LETTERA DEI QUATTRO
L'iniziativa di Stoccolma, L'Aia, Madrid e Varsavia nasce da una previsione: che i 90 miliardi non basteranno. Le capitali che hanno firmato la lettera ritengono che il fabbisogno ucraino per il 2027 supererà le risorse già stanziate, e che arrivare a fine anno senza una soluzione strutturale significherebbe riaprire ogni volta la stessa trattativa a bilancio comunitario. In quest'ottica, la lettera è meno una richiesta tecnica che una pressione politica sul Belgio, esercitata attraverso la Commissione.
Il calendario, però, non aiuta. Il Gymnich è un formato informale, in cui non si adottano decisioni vincolanti. Le vere scadenze arriveranno con i Consigli europei dell'autunno, e nel frattempo la posizione belga — che gode del sostegno più o meno esplicito di altri governi restii a esporsi — non mostra segni di cedimento.
UN PROBLEMA CHE NON SI RISOLVE RINVIANDOLO
C'è un ultimo elemento che rende la questione più urgente di quanto la routine negoziale lasci intendere. Gli asset immobilizzati non sono statici: i titoli scadono, la liquidità cresce, e ogni rinnovo del regime sanzionatorio richiede l'unanimità dei Ventisette. Un solo veto, in un solo rinnovo, basterebbe a rimettere in movimento duecento miliardi di euro.
È per questo che il dibattito sul loro utilizzo, per quanto tecnico e apparentemente circolare, è anche un test sulla capacità dell'Unione di prendere decisioni difficili con gli strumenti che ha. Finora, su questo dossier, la risposta è stata trovare ogni volta una scorciatoia: prima gli interessi, poi il bilancio comune. La terza scorciatoia, se esiste, non è ancora stata individuata.
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