Sotto il pavimento di un ex bar di via Nomentana, a Roma, c'è un ambiente che per oltre quarant'anni non è comparso in nessun atto ufficiale. Un locale interrato lungo circa 25 metri, largo fino a 4, senza finestre. Una botola che un tempo dava accesso a quello spazio e che qualcuno, in anni recenti, ha murato con del cemento. E una seconda porta, sul retro, che porta verso una chiostrina interna e che offre una via d'uscita alternativa rispetto all'ingresso principale sulla strada.
È quello che il Corriere della Sera ha documentato con un'ispezione diretta nei locali dell'ex bar "Italia", conosciuto a tutti come bar "Baffo", proprio nel punto in cui il 7 maggio 1983 fu vista per l'ultima volta Mirella Gregori, la quindicenne romana scomparsa nel nulla e mai più ritrovata.
CHI ERA MIRELLA GREGORI E COSA ACCADDE QUEL GIORNO
Mirella Gregori aveva 15 anni, era figlia dei titolari di un bar in via Volturno e viveva con la famiglia in via Nomentana 91, a pochi passi da Porta Pia. Frequentava la seconda superiore all'Istituto commerciale femminile "Padre Reginaldo Giuliani". Il 7 maggio 1983 uscì da scuola alle 13:15 e rientrò a casa intorno alle 14. Nel primo pomeriggio ricevette una citofonata da un sedicente "Alessandro", un ex compagno di scuola media, che le diede appuntamento nei pressi di Porta Pia. Mirella uscì di casa senza nemmeno prendere la borsetta: un dettaglio che, secondo chi ha ricostruito la vicenda negli anni, indicava l'intenzione di allontanarsi solo per poco tempo.
Prima di raggiungere l'appuntamento, passò dal bar "Italia – Pizzeria da Baffo", al civico 81 della stessa via, proprio sotto casa, gestito dalla famiglia De Vito. Lì si chiuse nel bagno del locale insieme all'amica Sonia De Vito per una quindicina di minuti, come ha raccontato la stessa Sonia e come ha confermato il barista Giuseppe Calì. Poi Mirella uscì dal bar. Da quel momento, di lei si persero le tracce.
Sulla direzione presa in quei secondi le versioni non coincidono, ed è una discordanza che dura da quarant'anni. Alla madre, Mirella aveva detto che sarebbe andata verso il monumento al bersagliere di Porta Pia. Sonia De Vito riferì invece agli inquirenti che l'amica era diretta a Villa Torlonia, per suonare la chitarra con un gruppo di ragazzi: uno strumento che, secondo la famiglia Gregori, Mirella non sapeva suonare. Calì sostiene di averla vista girare a destra uscendo dal locale, cioè verso Porta Pia, e non a sinistra come sarebbe stato necessario per raggiungere Villa Torlonia.
Il barista ha aggiunto davanti alla Commissione parlamentare un elemento che pesa sulla ricostruzione: afferma di essere stato licenziato dai gestori del bar per essersi rifiutato di attenersi a quella che ha definito una versione concordata, dopo aver riferito ai magistrati che Mirella aveva girato a destra. È una dichiarazione di parte, e come tale va trattata.
Nessun testimone ha mai raccontato di averla vista aggredita o portata via con la forza. Nessun corpo è mai stato trovato. Il caso è tuttora aperto.
IL PARALLELO (E LA DIFFERENZA) CON IL CASO ORLANDI
La sparizione di Mirella Gregori viene spesso accostata a quella di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana scomparsa a Roma poco più di un mese dopo, il 22 giugno 1983. La vicinanza delle date e l'età delle due ragazze hanno alimentato per decenni l'ipotesi di una regia comune. Le indagini condotte nel corso degli anni, tuttavia, non hanno mai accertato un collegamento diretto tra i due casi, che restano giudicati distinti sotto il profilo giudiziario. Ciò non ha impedito che, nell'opinione pubblica e nelle ricostruzioni giornalistiche, i due nomi continuino a essere associati.
Negli ultimi anni il caso Gregori è tornato al centro dell'attenzione anche grazie ai lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, istituita per fare luce su entrambe le vicende.
COSA È EMERSO SOTTO IL BAR BAFFO
È in questo contesto che si inserisce la scoperta del Corriere della Sera. L'ispezione condotta nei locali dell'ex bar ha portato alla luce un ambiente sotterraneo di dimensioni consistenti, mai censito negli atti ufficiali relativi all'immobile. La botola che un tempo permetteva di accedervi risulta oggi murata con cemento, un intervento che, stando alla ricostruzione del quotidiano, sarebbe relativamente recente.
A questo si aggiunge la porta secondaria sul retro del locale, tuttora esistente, che immette in una chiostrina interna collegata al civico 77 di via Nomentana. Una via d'uscita alternativa al marciapiede principale, che nessun documento ufficiale aveva finora segnalato.
Gli accertamenti condotti sui documenti d'archivio, inviati all'Archivio di Stato dai ricercatori Rossella Pera e Gianluca Lulli, confermerebbero che l'edificio fu costruito alla fine dell'Ottocento e comprendeva fin dall'origine livelli sotterranei destinati a cantine.
IL CONTRASTO CON LE MAPPE PRESENTATE ALLA COMMISSIONE
Il punto più delicato riguarda le mappe catastali presentate la scorsa primavera alla Commissione parlamentare d'inchiesta dal Settore servizi catastali della Direzione centrale. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, quella documentazione escludeva la presenza di locali seminterrati sotto l'edificio e non forniva chiarimenti sull'esistenza di una seconda uscita.
Quando quelle mappe furono illustrate in audizione, l'allora presidente della Commissione, il senatore Andrea De Priamo — poi dimessosi dall'incarico — pose al dirigente responsabile del Settore servizi catastali due domande dirette: se al civico 81 fosse stata evidenziata o meno la presenza di locali e cantine sotterranei, e se il locale fosse "cieco" oppure disponesse di due uscite. Su nessuno dei due punti, stando alla ricostruzione giornalistica, sarebbe arrivata una risposta chiara.
I rilievi effettuati ora dal Corriere della Sera vanno in una direzione diversa rispetto a quanto rappresentato in quella documentazione catastale. Non è stato ancora chiarito, al momento, per quale motivo la discrepanza non fosse emersa prima, né chi e quando abbia proceduto a murare la botola d'accesso al sotterraneo.
L'IPOTESI DEL «DELITTO A CHILOMETRO ZERO»
La scoperta rafforza un'ipotesi investigativa che il legale della famiglia Gregori sostiene da tempo: quella del cosiddetto «delitto a chilometro zero». Secondo questa ricostruzione, l'aggressione o il sequestro della ragazza potrebbero essersi consumati all'interno del bar o nelle sue immediate vicinanze, sfruttando proprio gli spazi ciechi dell'edificio — un sotterraneo esteso e non censito, una via di fuga secondaria — per occultare temporaneamente la giovane o facilitarne l'allontanamento senza essere notati dalla strada.
Si tratta, va precisato, di un'ipotesi difensiva sostenuta da una delle parti coinvolte nella vicenda, non di una conclusione investigativa o giudiziaria accertata. Il fatto che un ambiente del genere esista, e che sia rimasto sconosciuto agli atti per oltre quarant'anni, non dimostra di per sé che sia stato utilizzato quel giorno. Resta però un elemento che la Commissione e gli inquirenti dovranno verificare.
COSA NON È ANCORA CHIARO
A oggi non è stato accertato chi abbia murato la botola d'accesso al sotterraneo, né quando. Non è chiaro se gli ambienti scoperti fossero già in quello stato nel 1983 o se abbiano subito modifiche negli anni successivi. Non risultano, al momento, riscontri che colleghino direttamente quello spazio alla scomparsa di Mirella Gregori, al di là della sua collocazione nello stesso edificio in cui la ragazza fu vista l'ultima volta.
Resta da capire, soprattutto, perché una verifica di questo tipo non sia stata condotta prima, in oltre quattro decenni di indagini e in diverse riaperture del fascicolo. È una domanda che, a questo punto, riguarda tanto la vicenda di Mirella Gregori quanto il modo in cui è stata seguita nel tempo.
Il caso Gregori, come quello di Emanuela Orlandi, nonostante le audizioni parlamentari degli ultimi anni resta ufficialmente irrisolto.
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