"C'è una possibilità? A mio avviso sì, c'è." Con questa frase, pronunciata il 3 settembre al Forum economico orientale di Vladivostok, Vladimir Putin ha risposto a chi gli chiedeva se un accordo fra Russia e Ucraina sia ancora immaginabile. È l'apertura più esplicita degli ultimi mesi, accompagnata però da una precisazione dello stesso presidente: i contatti fra Mosca e Kiev proseguono soprattutto attraverso i servizi segreti, e non è detto che portino a un'intesa.
La stessa notte i droni russi hanno colpito Kiev per la settima volta consecutiva e a Odessa si contavano almeno diciassette feriti. Mosca, dal canto suo, ha riferito 178 attacchi ucraini sulla regione di Belgorod in ventiquattr'ore, con un civile ucciso e ventuno feriti fra cui due bambini.
Le due cose convivono, e sono entrambe la notizia.
IL CANALE CHE RESTA APERTO
Il dettaglio più concreto emerso a Vladivostok riguarda il modo in cui Mosca e Kiev continuano a parlarsi: non attraverso delegazioni diplomatiche, ma per il tramite dei servizi di intelligence. Putin ha confermato che restano attivi anche i contatti con l'amministrazione statunitense e con gli emissari designati da Donald Trump, aggiungendo però di non poter dire se quel canale stia effettivamente avvicinando un accordo, viste le recenti dichiarazioni dei vertici ucraini.
È una modalità che dice molto sullo stato del confronto: quando il canale politico è chiuso, resta quello che non ha bisogno di essere annunciato.
Sul ruolo degli altri, il presidente russo è stato netto. Secondo la ricostruzione del quotidiano economico Vedomosti, Putin ha sostenuto che Russia e Ucraina debbano accordarsi da sole e che i paesi terzi possano soltanto "sostenere e aiutare", escludendo un ruolo decisivo per i mediatori. Ha invece speso parole di apprezzamento per la Cina, che a suo dire contribuisce a una soluzione con mezzi pacifici.
L'esclusione dei mediatori è una posizione, non una constatazione: riduce lo spazio negoziale europeo e lascia in campo soltanto il canale bilaterale e quello statunitense.
LA GUERRA SI SPOSTA SUI CIELI CIVILI
Il secondo fronte aperto a Vladivostok riguarda l'aviazione. Il 2 settembre Volodymyr Zelensky ha avvertito le compagnie aeree che lo spazio aereo russo non è più sicuro, in coincidenza con l'ampliamento delle operazioni ucraine con droni in profondità, precisando che gli obiettivi restano militari e che gli aerei civili non sono minacciati.
Putin ha definito quell'avvertimento, insieme agli attacchi contro navi mercantili, un "tentativo di terrorismo di Stato" che complica i negoziati, e ha aggiunto che Mosca troverà il modo di rispondere qualora ci fossero vittime civili. Ha inoltre definito complici i paesi che restano in silenzio sulla condotta di Kiev.
Gli effetti materiali sono già misurabili. Le azioni di Aeroflot hanno perso il 5,11 per cento scendendo a 30,36 rubli, anche se la coincidenza temporale non basta da sola a stabilire un nesso causale. I vettori europei e statunitensi evitano lo spazio aereo russo da anni, ma continuano a sorvolarlo le compagnie cinesi, turche, emiratine e di altri paesi del Golfo. La società di analisi del rischio aeronautico Osprey Flight Solutions considera quasi certi attacchi in profondità quotidiani per tutto il 2026 e segnala il rischio di identificazioni errate.
Non è un timore astratto: nell'agosto 2026 gli scali russi hanno registrato oltre quattrocentocinquanta voli in ritardo per chiusure legate ai droni.
DUE LETTURE DELLO STESSO MESE
Da Kiev la lettura è diversa. Zelensky ha dichiarato che "settembre può cambiare molto" dopo i colloqui con Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati di Trump, con cui si è discusso di come spingere Mosca verso il negoziato e di una loro possibile visita in Ucraina. Nella sua ricostruzione Putin vorrebbe però proseguire la guerra, mentre la maggioranza dei russi accetterebbe uno stop lungo l'attuale linea di contatto: è una valutazione del presidente ucraino, non un dato verificabile in modo indipendente.
Il risultato è che entrambi i leader descrivono settembre come un mese potenzialmente decisivo, ma attribuiscono all'altro la responsabilità di ciò che lo bloccherebbe. Putin indica negli attacchi ucraini l'ostacolo, Zelensky indica nella volontà russa di continuare il conflitto.
A quattro anni e mezzo dall'inizio dell'invasione su larga scala, il fronte resta sostanzialmente bloccato, mentre entrambe le parti hanno intensificato gli attacchi a lunga distanza e quelli marittimi.
PERCHÉ RIGUARDA CHI LEGGE
Per chi vola dall'Europa verso l'Asia orientale la questione dello spazio aereo russo non è teorica: la sua chiusura di fatto ha già allungato rotte e costi per i vettori europei, e un incidente che coinvolgesse un aereo civile sopra la Russia avrebbe conseguenze immediate sulla percorribilità di un corridoio che collega due continenti. Il precedente del volo abbattuto sui cieli ucraini nel 2014 ha mostrato quanto rapidamente un fatto del genere possa cambiare le regole della navigazione aerea globale.
C'è poi un punto che riguarda direttamente Roma e Bruxelles. Se la trattativa passa dai servizi segreti e da un canale bilaterale con Washington, e se Mosca esclude esplicitamente un ruolo decisivo per i mediatori, l'Unione europea rischia di trovarsi a finanziare e armare una guerra sul cui esito negoziale non siede al tavolo. È una condizione che vale anche per l'Italia, che partecipa agli impegni di sostegno a Kiev richiamati da Zelensky insieme a Canada, Regno Unito, Norvegia, Francia e Germania.
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