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Geopolitica

Nato, la spia dello Shape resta in carcere: cosa sappiamo del caso Zhang

La Camera degli Imputati belga conferma la detenzione della tirocinante canadese accusata di spionaggio a Mons

1 settembre 2026 · IXC
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L'ingresso principale dello Shape a Mons — Foto: Ex13 / CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Claire Biwei Zhang, cittadina canadese di origine cinese, resterà in carcere almeno per un altro mese. Lo ha deciso il 31 agosto la Camera degli Imputati di Mons, in Belgio, respingendo per la seconda volta — dopo un primo rigetto a luglio — la richiesta di scarcerazione della donna, arrestata a fine luglio con l'accusa di aver spiato per conto di un paese terzo dallo Shape, il quartier generale delle operazioni Nato in Europa. La decisione, riportata dalle agenzie canadesi CBC e Globe and Mail, non chiude il caso: apre un nuovo mese di custodia cautelare in attesa che la procura federale belga completi le indagini.

Zhang lavorava come tirocinante nel reparto informatico dello Shape, occupandosi di intelligenza artificiale e machine learning. È un dettaglio che pesa più del ruolo formale: secondo la ricostruzione di Formiche.net, la sede di Mons coordina le operazioni militari di 32 paesi alleati e dal marzo 2025 utilizza il Maven Smart System di Palantir, una piattaforma che integra l'intelligenza artificiale nell'analisi di intelligence e nella pianificazione militare. Un accesso di basso profilo come quello di una tirocinante, se non adeguatamente vigilato, può toccare sistemi molto sensibili.

LE ACCUSE E IL CONDIZIONALE D'OBBLIGO

La procura belga contesta a Zhang spionaggio a favore di un paese terzo non nominato pubblicamente e partecipazione a un'organizzazione criminale. Si tratta, va ribadito, di ipotesi di reato ancora da provare in un procedimento penale in corso: Zhang non è stata condannata, e le autorità belghe non hanno mai formalizzato pubblicamente il riferimento alla Cina che pure circola nella copertura giornalistica del caso, anche in ragione della sua origine.

La cronologia ricostruita finora, secondo CBC News e Formiche.net, parte da lontano. Una prima segnalazione interna sul suo comportamento risale a febbraio 2026: il personale di sicurezza dello Shape avrebbe notato che Zhang poneva con insistenza domande sui sistemi di sicurezza interni e sulle conseguenze in caso di violazione delle procedure. Il 21 aprile è il punto di svolta: durante un'evacuazione d'emergenza scattata nei pressi dell'edificio che ospita il comandante supremo alleato in Europa, il generale Alexus Grynkewich, Zhang è stata trovata nell'area riservata. Le ragioni dell'allarme non sono mai state chiarite pubblicamente, ma l'episodio ha intensificato il controllo del controspionaggio nei suoi confronti, fino all'arresto di luglio.

Dopo l'arresto, secondo la testata investigativa olandese Follow the Money — che ha condotto un'inchiesta indipendente sul caso non ancora confermata da altre fonti — qualcuno avrebbe modificato dall'esterno le password dei profili social di Zhang e sarebbe entrato nell'appartamento che condivideva a Mons. È un dettaglio che, se confermato, suggerirebbe la presenza di complici ancora in libertà; per ora resta attribuibile alla sola fonte che lo ha riportato.

UNA VICENDA CHE COINVOLGE ANCHE OTTAWA

Le indagini vedono coinvolte anche le autorità canadesi, perché la responsabilità di vagliare i tirocinanti prima dell'assegnazione a un incarico Nato spetta al paese di provenienza. Secondo la stampa canadese, il curriculum di Zhang includeva esperienze all'Agenzia spaziale europea e all'Organizzazione mondiale del commercio — un profilo che avrebbe dovuto superare controlli di sicurezza standard prima di arrivare a un incarico tecnico dentro lo Shape. Il Globe and Mail ha riferito inoltre che sul suo passato risulterebbero un precedente per frode e l'obbligo, imposto in precedenza da un'autorità canadese, di seguire un corso di etica professionale: elementi che, se confermati, riaprirebbero la domanda su quali controlli siano stati fatti prima di assegnarle un incarico interno alla sede Nato.

Non è la prima volta che un caso di controspionaggio tocca un membro dello staff tecnico di una struttura alleata, ma raramente il profilo coinvolto è così specifico: non un funzionario con accesso a documenti riservati nel senso classico, bensì una persona con competenze dirette sui sistemi che elaborano dati di intelligence attraverso modelli di apprendimento automatico.

Il caso si inserisce in un quadro più ampio. Dal concetto strategico approvato al vertice Nato di Madrid nel 2022, l'Alleanza ha classificato lo spionaggio e le operazioni ibride come minacce di primo piano, al pari della deterrenza militare convenzionale. Negli ultimi anni diversi paesi membri hanno reso pubblici casi di infiltrazione o tentata infiltrazione in strutture sensibili — dalla Germania ai paesi baltici — anche se un conteggio complessivo e verificabile di quanti episodi analoghi siano emersi in Europa non è disponibile nelle fonti consultate, e va quindi trattato con cautela.

PERCHÉ RIGUARDA ANCHE L'ITALIA

Il caso Zhang mette a fuoco un punto che riguarda direttamente la sicurezza delle infrastrutture informatiche alleate, Italia compresa: la vulnerabilità legata a tirocinanti, contractor e personale esterno che ha accesso a sistemi sensibili senza il livello di controllo riservato al personale in organico. È lo stesso nodo che si è già visto in altre inchieste di controspionaggio nei paesi Nato, e che diventa più delicato quando i sistemi in questione non custodiscono solo documenti, ma infrastrutture di intelligenza artificiale usate per l'analisi di intelligence e la pianificazione operativa. Come proteggere quei sistemi — chi vi accede, con quali controlli, per quanto tempo — è una domanda che la Nato dovrà affrontare in modo strutturale, non caso per caso, mano a mano che l'intelligenza artificiale diventa parte ordinaria del lavoro militare alleato.

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