Kyiv, 31 agosto 2026. Mentre l'ipotesi di un vertice a tre tra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky resta sospesa tra Washington e Mosca, la Russia ha annunciato la preparazione di quelli che ha definito “attacchi imponenti” contro le infrastrutture energetiche ucraine. Mosca li presenta come una risposta ai raid ucraini contro impianti petroliferi sul proprio territorio, in un'escalation che da mesi procede a specchio tra i due fronti: colpi alla rete elettrica ucraina da una parte, colpi alla filiera petrolifera russa dall'altra.
Tra gli obiettivi rivendicati da Mosca nelle ultime ore figura anche un centro logistico che la Russia descrive come utilizzato per lo stoccaggio di merci a duplice uso, civile e militare — un dettaglio che il Cremlino ha voluto sottolineare come prova che gli attacchi annunciati non erano un bluff. Kyiv non ha confermato la natura dell'obiettivo nei termini indicati dai russi, e al momento non ci sono verifiche indipendenti sul punto.
L'ultimo bilancio pesante arriva dal villaggio di Mila, nella regione di Kyiv, dove un raid russo ha colpito un deposito di munizioni provocando una serie di esplosioni a catena: 38 i morti accertati, quattro i dispersi. Zelensky ha parlato di 20 feriti, tra cui due bambini, e ha usato parole dure non solo contro Mosca ma anche contro chi, dal lato ucraino, ha permesso che quel deposito restasse così vicino a un'area abitata: una “terribile negligenza”, l'ha definita, che ha aggravato le conseguenze del bombardamento.
Sul fronte energetico, la situazione era già critica da settimane. L'8 agosto, in visita a Belgrado, lo stesso Zelensky aveva ammesso che l'Ucraina “non ha più praticamente centrali termoelettriche intatte” sul proprio territorio, accusando Putin di voler rendere la vita dei civili “insopportabile” in vista dell'inverno. Da allora gli attacchi non si sono fermati, e quelli annunciati per fine agosto prendono di mira ciò che resta della rete elettrica ucraina proprio nel momento in cui il paese si prepara ai mesi più freddi dell'anno.
È in questo contesto che si inserisce la mossa diplomatica più delicata delle ultime settimane. Il 25 agosto il direttore della Cia, John Ratcliffe, si è recato in visita riservata a Mosca per un giro di incontri con i vertici dell'intelligence russa: il capo dell'Svr Sergei Naryshkin e il direttore dell'Fsb Alexander Bortnikov. Secondo le ricostruzioni circolate, Ratcliffe ha presentato loro “una valutazione desolante” dello stato del conflitto, nel tentativo di verificare se i servizi segreti di Mosca potessero convincere Putin a tornare al tavolo dei negoziati mediati dagli Stati Uniti — fermi da febbraio — e a considerare un incontro diretto a tre con Trump e Zelensky.
La risposta ucraina è stata cauta ma non ostile. Zelensky ha parlato di un “tono necessario” nella conversazione con la Russia, riconoscendo all'amministrazione Trump il merito di “avanzare una visione realistica” del conflitto. Diverso il tono da Mosca: Putin, che in passato aveva già respinto proposte simili di incontro trilaterale, non ha finora sciolto la riserva. E diversi funzionari ucraini restano scettici, riferendo di piani russi per una nuova offensiva nel nord del paese proprio nelle settimane in cui si discute di diplomazia — un segnale che, se confermato, renderebbe la proposta della Cia ancora più fragile di quanto non appaia.
Sul piano militare, le cifre restano difficili da verificare in modo indipendente e vanno lette con la cautela che meritano i dati forniti da una delle parti in conflitto: lo Stato maggiore ucraino sostiene che la Russia abbia perso circa 1.486.600 soldati dall'inizio dell'invasione, nel febbraio 2022, con 1.400 vittime nelle sole ultime 24 ore. Numeri che Mosca non conferma e che nessuna fonte terza è in grado di certificare in modo autonomo, ma che danno la misura di quanto le due parti continuino a raccontare la guerra anche come battaglia di narrazioni parallele.
Non è un caso che, mentre a Washington e Mosca si discute di un possibile vertice, cresca la preoccupazione nell'Europa orientale. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha avvertito nei giorni scorsi che i prossimi sette-otto mesi saranno “cruciali” per la sicurezza dell'intera regione — un'affermazione che suona come un monito a non scambiare l'ipotesi di un incontro diplomatico per il sinonimo di una tregua imminente.
Il quadro che emerge è quello di una guerra che, mesi dopo l'inizio della campagna russa contro il sistema energetico ucraino, continua a muoversi su due binari paralleli. Da un lato quello militare, dove gli attacchi energetici e le rappresaglie ucraine proseguono senza soste; dall'altro quello diplomatico, dove Washington prova a costruire — con la mediazione della Cia più che con i canali politici tradizionali — le condizioni per un incontro che, al momento, resta un'ipotesi più che un appuntamento fissato. Non è ancora chiaro quali impianti specifici siano stati colpiti nelle ultime ore, né quale sarà l'entità esatta dei danni: i dati definitivi, come spesso accade su questo fronte, arriveranno solo nelle prossime ore dagli operatori ucraini della rete elettrica. Quanto quella finestra diplomatica riuscirà a reggere di fronte agli attacchi in corso, e quanto la stagione fredda alle porte peserà sulle scelte di Kyiv, restano le due domande aperte con cui si chiude questo scorcio d'estate di guerra.
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